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La Germania e i lobbisti

Aggiornamento: 22 mar

Articolo pubblicato su Huffington post in data 25 gennaio 2022

Di Mariella Palazzolo

In questi giorni si parla di lobby e lobbisti per due motivi. Il primo interessa pochi ed è l’approvazione in prima lettura del disegno di legge che regola la rappresentanza di interessi, cioè il lobbying. Il secondo è di interesse decisamente più diffuso ed è la notizia che Grillo è indagato per traffico di influenze illecite, e per questo è tacciato di essere un lobbista, ahimè per noi, lobbisti veri.

Il disegno di legge sulle lobby mi pare una buona cosa, migliorabile, ma buona. Per quanto riguarda il caso del comico genovese, invece, contesto i titoli ‘Grillo il lobbista’ che confondono le idee già confuse su questa professione. Lo dico una volta per tutte, Grillo non è un lobbista! Ora non mi resta che volgere lo sguardo altrove, per parlare di come viene regolamentato il lobbying.

Andiamo in Germania. Dal primo di gennaio è entrato in vigore il Registro dei lobbisti. L'introduzione di questo strumento era atteso da tempo. Nel corso degli anni, ci sono state numerose sollecitazioni da parte della società civile a riguardo, ma tutti i precedenti tentativi parlamentari erano falliti. Nell'ultima legislatura, purtroppo a causa degli scandali che hanno coinvolto la Große Koalition e per rispondere all'enorme perdita di fiducia nei confronti della politica, è stata approvata la legge per introdurre un registro delle lobby insieme ad un notevole inasprimento del codice di condotta dei deputati (e chi ha orecchie per intendere intenda!). La "Gesetz zur Einführung eines Lobbyregisters für die Interessenvertretung gegenüber dem Deutschen Bundestag und gegenüber der Bundesregierung - Legge sull'introduzione di un registro delle lobby per la rappresentanza degli interessi al Bundestag tedesco e al governo federale" (LobbyRG) obbliga, tra l'altro, l'intero settore a iscriversi in un registro pubblico, tenuto dal Bundestag.


Ma quando si è cominciato a parlare di lobby e lobbisti in Germania? Solo dopo la caduta del Muro di Berlino, anzi, per meglio dire a metà degli anni ’90, quando la Germania unita iniziava a muovere i primi passi per diventare una democrazia a tutto tondo. Si racconta che ‘uomini tutti vestiti di scuro, giacca, cravatta e ventiquattr’ore d’ordinanza, come extraterrestri arrivati da mondi sconosciuti, atterrassero all’aeroporto di Tegel’, preannunciando i tempi nuovi di una città che, di lì a poco, sarebbe tornata ad essere la capitale della Germania. Da dove arrivavano? Da Bonn ovviamente, dove già lavoravano con il governo democratico della Repubblica Federale di Germania, ma anche dai punti nevralgici dell’industria tedesca di allora: Monaco, Stoccarda, Mannheim, Francoforte, Düsseldorf, Wolfsburg, Amburgo.

La topografia berlinese delle lobby si trova in una inusuale guida edita da LobbyControl, l’associazione tedesca più agguerrita nel contrastare i gruppi di interesse. Si chiama Lobby Planet Berlin, ed è piena di pallini apposti nel triangolo adiacente al Regierungsviertel (il quartiere governativo). Format che ha poi preso piede tanto da far partorire anche la Lobby Planet Brüssel. Anch’essa rigorosamente in tedesco, purtroppo. La cosa più interessante è la dichiarazione che fece Timo Lange nel lanciare la prima edizione della guida: “Il vero problema è la maglia di controllo, perché il lobbismo per sé è parte integrante delle procedure decisionali di una democrazia: il conflitto fra interessi contrapposti può portare a soluzioni equilibrate. Ma la zona grigia nella quale i lobbisti possono muoversi, può produrre un veleno esiziale.”

Una storia molto interessante - e impossibile da replicare in Italia - riguarda il tentativo, fatto nel 2004, dal governo di Gerhard Schröder che inaugurò un programma di scambio fra politica e industria: per un breve periodo, rappresentanti dei ministeri e delle aziende private si sarebbero scambiati le scrivanie per conoscere meglio le rispettive strutture e procedure di lavoro. Dopo qualche mese, emerse il primo problemino: venne fuori che il legale di una banca, che aveva fatto lo ‘scambio’ al Ministero delle finanze, non si era limitato ad osservare, ma aveva contribuito alla redazione che legalizzava i così detti fondi speculativi, fino ad allora vietati nel mercato finanziario tedesco.

Oggi la situazione è mutata e migliaia di organizzazioni e soggetti singoli si dovranno registrare entro il 28 febbraio. Un procedimento semplice in teoria, difficile nella pratica, come temiamo potrebbe essere quello imposto a noi lobbisti dal nuovo disegno di legge italiano. Ma vediamo quali sono i principali problemi pratici del Registro federale tedesco. Per prima cosa non sostituisce, ma si aggiunge alla regolamentazione di ogni singolo Stato della Federazione, a volte molto diverse nel contenuto.

Il testo della legge riflette le difficoltà del Parlamento a raggiungere un compromesso: la legge è piena di formulazioni poco chiare, carenze tecniche e questioni complesse legate all’applicazione dei diritti fondamentali. Il punto più controverso sono le ‘esenzioni’ all’obbligo di registrarsi: riguardano le associazioni sindacali e quelle confindustriali, quelle culturali e delle minoranze etniche. Ma perché, pur non dovendo sottostare all’obbligo di iscrizione, non devono lo stesso sottostare alle regole del codice di condotta? In questo modo la legge introduce notevoli disparità non solo nella trasparenza, ma anche nel lavoro quotidiano delle organizzazioni.

Un punto molto importante invece è che, finalmente, anche gli studi legali dovranno registrarsi se organizzano un incontro per conto dei loro clienti, o incontrano loro stessi rappresentanti del Bundestag o del governo federale per parlare di modifiche legislative.

Per quanto riguarda il contenuto del registro, il testo della legge è irto di lacune e ambiguità. Tra queste la mancanza di chiarezza su come dichiarare i costi sostenuti e le multe previste in caso di false dichiarazioni. L'amministrazione del Bundestag non ha un mandato legale per verificare queste ultime informazioni, nemmeno per effettuare controlli casuali. Quindi è probabile che i controlli saranno innescati da segnalazioni di parti interessate, concorrenti o whistleblower, una pratica poco auspicabile perché potrebbe essere usata in modo strumentale.

Tutti i lobbisti tedeschi sono dunque chiamati a registrarsi, e sono convinta che la legge tedesca, che impone anche obblighi per le Istituzioni, sia un segnale necessario per una maggiore trasparenza. Ma la trasparenza deve essere funzionale, mai fine a stessa. Qualsiasi legge ha bisogno di chiarezza, in ogni suo dettaglio. Questa è la responsabilità di ogni legislatore. Anche di quello italiano.

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