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Legge sul lobbying, tutte le pecche del testo in discussione: come migliorarlo

Aggiornamento: 25 lug

Il ddl in discussione al Senato si intesta una battaglia simbolica e culturale: quella di smentire che la rappresentanza di interessi sia sinonimo di corruzione e opacità. Ma molte debolezze del testo vanno corrette per non sprecare l’occasione


Articolo pubblicato su Digital 360 in data 12 aprile 2022.

Di Federico Anghelé

Dopo 96 proposte di legge fallite e quasi 50 anni di gestazione, lo scorso 12 gennaio con 339 favorevoli, 49 astenuti e nessun contrario, la Camera ha finalmente approvato in prima lettura un testo che regolamenti anche in Italia la rappresentanza di interessi.

Non il migliore dei testi che ci si potesse augurare, ma senza dubbio un primo tentativo di far uscire l’attività di lobbying dall’immaginario sinistro cui solitamente è confinato.

Da una parte, il ddl oggi in discussione al Senato si intesta una battaglia simbolica e culturale: quella di smentire che la rappresentanza di interessi sia sinonimo di corruzione e opacità. Considerandola invece attività pienamente legittima tanto più necessaria perché, nel contesto democratico, aiuta a colmare una grave lacuna nel nostro panorama normativo, intende anche mettere finalmente ordine nella materia tentando di superare le talvolta caotiche disposizioni che, in assenza di un quadro normativo unitario, ministeri, regioni, autorità indipendenti, comuni e Parlamento si sono dati nel regolare i rapporti con i portatori di interessi. Un testo, inoltre, che dichiara finalmente cosa sia lecito fare dinanzi a una normativa sul traffico di influenze illecite (introdotta nel 2012) che indica cosa è invece punibile.


Il registro dei portatori di interesse e le altre misure previste dalla legge

D’altra parte, la legge approvata dalla Camera è importante anche sul piano fattuale e operativo perché reca alcuni principi fondamentali e internazionalmente riconosciuti come in grado di rendere più efficace, trasparente e inclusivo il processo decisionale e quindi migliorare la qualità delle scelte democratiche del nostro Paese. Introduce infatti:

  • un registro della trasparenza sulla scorta di quello europeo, a cui dovranno obbligatoriamente iscriversi i portatori di interessi (non tutti, purtroppo);

  • prevede un comitato di sorveglianza e delle sanzioni per gli inadempienti (solo sul fronte dei lobbisti però);

  • parla di codice di condotta e di agende degli incontri.

Le debolezze del testo

Ma proprio le agende degli incontri – che nel ddl sono in capo ai portatori di interessi e non ai decisori pubblici – segnalano le debolezze del testo, tutto teso a introdurre doveri per i lobbisti a fronte di limitatissimi diritti e incentivi. E un po’ troppo timido nell’individuare le responsabilità delle istituzioni: proprio perché l’attività di lobbying si fa a due, anche il decisore pubblico dovrebbe essere altrettanto attento a rendere conto in maniera trasparente dell’interazione con i molteplici portatori di interessi e in generale dei suoi processi decisionali.


Le richieste di modifica della coalizione #Lobbying4Change

Il problema della reciprocità è uno dei principali limiti del ddl in discussione oggi al Senato, che ha spinto la coalizione #Lobbying4Change – formata da 35 organizzazioni non profit con profili, storie ed esperienze diverse tra loro ma accomunate dall’obiettivo di rendere i processi pubblici decisionali più trasparenti e inclusivi – a chiedere una modifica del testo, in larga parte condivisa dagli accademici e dai professionisti del lobbying auditi dalla Commissione Affari costituzionali del Senato. Le istituzioni europee, ad esempio, hanno l’onere di rendere trasparenti gli incontri con i lobbisti sul proprio sito istituzionale e dovrebbe essere così anche in Italia, come peraltro fa il Ministero dello Sviluppo Economico (unico Ministero italiano trasparente). Ci dovrebbero essere inoltre degli incentivi, ad esempio chi è iscritto al Registro della trasparenza dovrebbe avere la possibilità di consultare le bozze preparatorie degli atti normativi, anche per superare le asimmetrie informative oggi esistenti.

Anche per quanto riguarda le consultazioni proattive degli iscritti al registro, nell’attuale bozza di legge le consultazioni sono solo facoltative, a discrezione delle singole istituzioni. Crediamo invece debbano essere tassative, proprio nell’ottica di incentivare l’iscrizione al registro. L’ascolto di tutti gli attori in gioco, come stabilito dai principi della Buona Regolazione (UE), contribuisce a norme efficienti ed efficaci ma anche allo sviluppo economico e a un uso intelligente delle risorse del Paese. Noi organizzazioni del terzo settore siamo troppo spesso tenute fuori dall’intera fase istruttoria dei processi decisionali e per questo crediamo che le consultazioni siano un ottimo strumento per superare le asimmetrie che abbiamo spesso denunciato.


Sindacati e associazioni imprenditoriali esentate dagli obblighi di trasparenza

Accennavamo prima a un altro limite di questo testo: i sindacati e le associazioni imprenditoriali (tra cui Confindustria) sono esentate dagli obblighi di trasparenza previsti dalla legge: cioè mentre ad esempio la società civile deve rendere trasparente ogni incontro con i decisori pubblici, Confindustria può fare attività di lobbying senza che nessuno lo sappia. Questo è un controsenso pericoloso che va corretto perché la legge così com’è sarà inefficace e discriminante. Non lo diciamo solo noi, bensì anche i 42 accademici italiani e internazionali che hanno firmato una lettera diretta al Senato. Secondo l’evidenza scientifica se la legge non vale per tutti rischia di essere inefficace perché si perderebbero le tracce, fino al 90%, di coloro che fanno attività di lobbying.

In Unione Europea, dove i sindacati e Confindustria sono regolarmente iscritte al Registro della trasparenza, non ci sono esenzioni e non ci sono nemmeno nelle migliori legislazioni degli Stati membri come quella francese. Grazie al Registro della trasparenza europeo sappiamo che Confindustria nel 2021 ha avuto 77 incontri con i Commissari, alti dirigenti e europarlamentari (dati disponibili grazie all’Integrity Watch di Transparency International), spendendo quasi 1 milione di euro in attività di lobbying (il doppio dei cugini francesi del Mouvement des Entreprises de France che dichiarano 500.000 euro in lobbying con 28 incontri registrati). La CISL ha invece dichiarato di spendere 400.000 euro in attività di lobbying a Bruxelles con 3 soli incontri con le istituzioni europee.

Al momento la Commissione Affari Costituzionali del Senato sta ultimando le audizioni informali per ascoltare i vari portatori d’interessi. Alla fine di questa fase i senatori dovrebbero, si spera, emendare il testo e approvarlo, prima di un secondo passaggio alla Camera per la sua approvazione finale. Che dovrà avvenire entro la fine della legislatura, per non essere costretti a ricominciare da capo, avendo così sprecato un’occasione storica per rendere più trasparenti i nostri processi decisionali.

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