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Quei lobbisti Hi-tech che corteggiano l’Ue

I giganti del web spendono 100 milioni di euro l’anno per tentare di influenzare le politiche digitali del nostro continente. Alla luce del sole


Articolo pubblicato su Policy Maker in data 10 giugno 2022.


Quasi 100 milioni di euro l’anno spesi in attività di lobbying per cercare di influenzare le politiche digitali europee. È la potenza di fuoco messa in campo dai giganti planetari del web e dei social, provenienti dalla Silicon Valley americana o dagli altopiani cinesi di Shenzhen, nell’interazione con Commissione e Parlamento Ue: in testa a questa speciale classifica si posizionano Google, Facebook e Microsoft, con più di 5 milioni di spesa annuale a testa in attività ‘certificate’ di lobbying, seguite da Apple, Huawei e Amazon. Il quadro – piuttosto impressionante – è contenuto nel Report ‘The lobby network. Big tech’s web of influence in the Eu’, a cura di Corporate Europe Observatory e LobbyControl.

Di fronte a questi numeri non ha molto senso, a mio avviso, lanciare generici e demagogici allarmi seguendo la vulgata dei ‘poteri forti globali’ che cercano di catturare le istituzioni europee. Per una serie di motivi razionali. Il primo è che numeri così importanti, paradossalmente, indicano la discreta efficacia della regolamentazione europea del lobbying: finanziamenti tracciati, incontri registrati nelle agende istituzionali, lobbisti inseriti (anche se su base volontaria) in un registro ad hoc. Sarebbe assai più pericolosa una situazione di forte opacità – come in altri sistemi istituzionali, tra cui quello italiano – in cui l’assenza di informazioni cela un sostanziale far west nei rapporti tra pubblico e privato. La seconda riflessione riguarda lo ‘storico’ dei rapporti tra istituzioni europee e giganti globali del web: rapporti articolati e dialettici (almeno) dai tempi del commissario Mario Monti fino a oggi, in cui gli organi dell’Unione si sono dimostrati i più attivi nel cercare regolamentazioni innovative del mondo Internet e del business dei suoi protagonisti. La terza riflessione, più banale ma ugualmente impattante, riguarda la nazionalità dei giganti del mondo web e tech: i principali player al mondo non sono nati o non hanno i loro headquarter in Europa. E la ‘distanza’ favorisce, di solito, un approccio più oggettivo e imparziale.

Secondo il Report, sono attualmente 612 le aziende, i gruppi di interesse e le associazioni di imprese che esercitano pressioni sulle politiche dell’economia digitale della Unione europea. “Ciò rende la tecnologia il più grande settore di lobby dell’Ue davanti a farmaceutico, combustibili fossili, finanza e chimica”, si legge nel documento, secondo cui “gli enormi budget per le lobby di big tech hanno un impatto significativo sui decisori politici dell’Ue: regolarmente, lobbisti digitali bussano alla loro porta. L’attività di lobbying sulle proposte per il pacchetto Digital Services fornisce l’esempio perfetto di come l’immenso budget delle aziende fornisca loro un accesso privilegiato: funzionari di alto livello della Commissione hanno tenuto 271 riunioni, il 75% delle quali con lobbisti del settore. Google e Facebook hanno guidato il gruppo”.

Ma è difficile trovare in questi atti, almeno a oggi, prove di una presunta ‘debolezza’ delle istituzioni comunitarie nei confronti dei giganti del web. Il Digital Markets Act e il Digital Services Act, le due proposte di regolamento europeo presentate dalla Commissione a fine 2020, dimostrano infatti l’approccio decisamente pro consumatori dell’Ue. Il 24 marzo scorso è stato definito un accordo tra Parlamento europeo e Consiglio sul testo del Digital Markets Act, che entrerà in vigore nel 2023: in seguito a questa innovazione normativa, le big tech dovranno rimodulare le loro piattaforme di messaggistica per garantire l’interoperabilità con i servizi di aziende più piccole, mentre ai consumatori sarà garantita la possibilità di disinstallare app e software pre impostati dalle case produttrici, in modo da lasciare all’utente più scelta. Inoltre i big player dei mercati digitali dovranno garantire l’accesso ai dati e la trasparenza dei processi di gestione dei messaggi pubblicitari. Inoltre, il 21 gennaio scorso il Parlamento europeo ha approvato la proposta di regolamento Ue Digital Services Act. L’obiettivo è stabilire regole comuni a livello continentale per le piattaforme digitali, ‘costringendole’ a vigilare sui contenuti editoriali e pubblicitari che pubblicano. Se questi nuovi strumenti normativi relativi al mondo digitale sono figli anche del confronto trasparente con i suoi principali operatori, ciò può comportare non solo rischi ma anche opportunità, come la possibilità di migliorare la qualità e l’‘effettività’ delle norme. Evitando il solito gioco, demagogico, della caccia alle streghe.

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