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Whistleblowing, l’Anac mette in guardia Parlamento e Governo

Il presidente dell'Anticorruzione Giuseppe Busia torna a denunciare l'inerzia dell'Italia nel (non) recepire le norme europee a tutela di chi segnala illeciti nel proprio ambiente di lavoro. Il termine è scaduto a dicembre 2021, più di sei mesi fa: poco dopo Bruxelles ha inviato al nostro governo una lettera di messa in mora. La ministra Cartabia ha definito l'approvazione "urgente", ma nulla è cambiato. Per l'ong The Good Lobby il mancato adeguamento è "una figuraccia a livello internazionale"


Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano in data 23 giugno 2022.

Di Paolo Frosina.


“Dobbiamo, ancora una volta, registrare un ormai inaccettabile ritardo nel recepimento della direttiva Ue del 2019 e confidiamo che Parlamento e governo vogliano farsene carico”. Nella Giornata mondiale del whistleblowing, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) Giuseppe Busia torna a denunciare l’inerzia dell’Italia nel (non) recepire la direttiva europea 2019/1937 a tutela di chi segnala illeciti nel proprio ambiente di lavoro. Lo fa alla Camera, presentando la relazione sull’attività svolta nel 2021: “Anac si è spesa per rafforzare la tutela del dipendente che segnala illeciti sul luogo di lavoro, che, finalmente, comincia ad essere percepito come un efficace presidio per l’emersione di condotte illecite, utile a frenare l’ingranaggio dell’illegalità. Queste importantissime vedette civiche, che mettono a rischio se stessi nell’interesse generale, possono essere davvero decisive per estirpare alcune prassi deplorevoli, che si riscontrano ancora in diversi ambiti quali, fra i tanti, e li richiamo per il loro effetto davvero inaccettabile sulle speranze dei giovani, i concorsi universitari“, ricorda Busia. Per poi stigmatizzare l'”inaccettabile ritardo” delle nostre istituzioni nel dare attuazione alle norme approvate dal Parlamento europeo e dal Consiglio a ottobre 2019, inerzia che ha già fatto recapitare all’Italia una lettera di messa in mora da parte della Commissione europea, con il rischio che venga aperta a breve una procedura d’infrazione.


La direttiva segna importanti passi avanti rispetto alla normativa italiana, approvata nel 2017 su iniziativa del Movimento 5 Stelle. In primo luogo, include nella definizione di whistleblower anche soggetti al di fuori del tradizionale rapporto di lavoro subordinato: consulenti, membri dei consigli direttivi, ex dipendenti e candidati a posizioni lavorative. Impone agli Stati di fornire protezione anche a coloro che li assistono, di considerare irrilevanti le motivazioni che li hanno spinti a segnalare e di permettere loro di denunciare illeciti direttamente nel luogo di lavorooppure alle autorità competenti. Introduce inoltre il divieto di ogni tipo di ritorsione e prevede sanzioni per coloro che ostacolano il diritto a segnalare, attuano ritorsioni o non rispettano l’obbligo di mantenere la confidenzialità. Ancora, richiede agli Stati membri di garantire l’accesso a un servizio gratuito, comprensivo e indipendente di assistenza all’interno del settore pubblico, compresa l’assistenza legale e finanziaria. Infine, introduce l’obbligo di prendere in carico le segnalazioni e di mantenere il whistleblower informato entro un tempo ragionevole dopo la denuncia (il cosiddetto follow-up). Il termine che l’atto assegnava agli Stati per conformarsi ai suoi contenuti è scaduto il 17 dicembre 2021: poco più di un mese dopo, il 27 gennaio 2022, la Commissione ha messo in mora l’Italia. Cinque mesi dopo siamo ancora all’anno zero, nonostante a metà febbraio la ministra Marta Cartabia avesse definito “urgente” il recepimento.


L’urgenza di rafforzare lo strumento, peraltro, è testimoniata anche dai dati: tra il 2018 e il 2021, secondo un dossier pubblicato da Csel (Centro studi enti locali) c’è stato un preoccupante calo del 45% del numero di segnalazioni di illeciti arrivate all’Anac. Già a inizio anno il presidente Busia aveva chiesto al governo di agire in tempi rapidi: “Abbiamo contribuito con gli Uffici del Ministero della Giustizia a predisporre un testo, che ritengo fortemente avanzato. Purtroppo è tutto fermo. Non mi risulta che si sia avviato alcun iter per il recepimento“, scriveva in una nota. Suggerendo di “inserire direttamente il decreto delegato in uno dei prossimi provvedimenti del governo, anche per evitare la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. Il dispositivo, di fatto, è già pronto”. Non è stato ascoltato, tanto che più di sei mesi dopo si trova costretto a lanciare un nuovo, identico appello. A battersi per l’adeguamento alla direttiva anche The Good Lobby, l’ong che da anni si batte per una moderna normativa anticorruzione: “Il mancato recepimento è una bella figuraccia a livello internazionale”, attaccava il presidente, Federico Anghelé, all’indomani della lettera della Commissione. “Non male per un governo che si trova ad affrontare la più importante fetta del Pnrr e che la trasparenza è più capace a predicarla che applicarla”.


Illustrando la relazione, Busia ha anche sollecitato “la revisione normativa di alcuni istituti per la prevenzione della corruzione, che ne valorizzi i contenuti fondamentali e ne rafforzi l’efficacia, liberandoli da alcune ambiguità e appesantimenti. Un caso tra i più rilevanti è quello del “pantouflage“, il passaggio dal pubblico al privato del funzionario che abbia agito a favore dello stesso soggetto privato“, che secondo l’Anac si applica in casi troppo ristretti. E in tema di appalti ha chiesto di “superare l’eccessivo ricorso agli affidamenti diretti, in linea con i principi europei”: negli ultimi anni – spiega – “con l’intento di arginare la pandemia e di agevolare l’utilizzo dei finanziamenti del Pnrr, si sono stratificate, in assenza di un disegno unitario, diverse procedure d’urgenza e derogatorie, prevedendo, fra l’altro, un significativo aumento delle soglie entro le quali è ammesso il ricorso a procedure negoziate”. Una tendenza, avverte, che “ha senz’altro velocizzato gli affidamenti, ma ha anche avuto ricadute negative sulla concorrenza e sulla partecipazione alle gare, sulla selezione delle migliori offerte e, quindi, sull’efficiente, efficace ed economica gestione della spesa pubblica. E ciò ponendo anche seri dubbi di compatibilità” con le norme comunitarie, come tra l’altro l’Ue ci ha già fatto notare con un’altra lettera di messa in mora, datata al 6 aprile scorso. L’attuazione del Pnrr, in questo senso, sarà anche una “sfida anche per il rispetto della legalità e della correttezza amministrativa” e l’attuazione delle riforme una “irripetibile occasione” per creare nella società “efficaci anticorpi” contro “la corruzione, il malaffare e gli obiettivi della criminalità organizzata”, afferma Busia.



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